Ci sono storie che nascono quasi per caso e diventano leggenda, quella del Sassicaia è una di queste.
È la storia di un uomo testardo e visionario, Mario Incisa della Rocchetta e della sua lotta contro le convinzioni del tempo, è la storia di un vino che nessuno voleva, nato in un angolo della Toscana che nessuno considerava adatto alla viticoltura.
Ma è anche il racconto di una rivoluzione silenziosa, iniziata negli anni Trenta e culminata in un successo planetario. I protagonisti sono tanti, Bolgheri, una tenuta chiamata San Guido, i vitigni bordolesi Cabernet Sauvignon e Franc, un purosangue leggendario, Giacomo Tachis e una bottiglia con una stella a otto punte.
Il matrimonio, i cavalli e il sogno francese

Mario Incisa della Rocchetta nasce ad Asti, studia agronomia a Pisa e coltiva due grandi passioni, i cavalli e il vino. Nel 1930, durante un ricevimento organizzato dal celebre allevatore Federico Tesio, conosce Clarice della Gherardesca, imparentata con la famiglia Antinori. Poco dopo la sposa, in dote, Clarice porta circa seicento ettari e dieci poderi nella zona di Bolgheri, una terra che all’epoca non aveva alcuna vocazione enologica.
Nel 1932, Mario e Tesio fondano la scuderia Dormello-Olgiata, da cui, vent’anni più tardi, nascerà Ribot, il cavallo più vincente nella storia dell’ippica del Novecento. Ma accanto ai purosangue, Mario coltiva un’altra ambizione, creare un vino italiano degno dei grandi Bordeaux.
Visita spesso la Francia e stringe amicizia con il barone di Rothschild, proprietario di uno degli Château più celebrati del Médoc. Durante quei viaggi, osserva le Graves, i suoli sabbiosi e sassosi della regione bordolese, e si accorge che i terreni della tenuta di sua moglie a Bolgheri – in particolare una zona chiamata “Sassicaia” – sono sorprendentemente simili.
Il primo impianto e l’inizio delle prove

Nel 1944, Mario acquista alcune barbatelle di Cabernet Sauvignon dai marchesi Salviati di Migliarino Pisano, e comincia i primi esperimenti. È importante chiarire qui un punto, non fu Rothschild a fornire le barbatelle, come a lungo si è detto, lo ha confermato anche Nicolò Incisa in interviste successive.
All’inizio il vino prodotto è poco più che un tentativo, la cantina è rudimentale, i materiali limitati, e i risultati sono tutto fuorché incoraggianti. I contadini della zona, a cui il marchese fa assaggiare le prime bottiglie, lo stroncano senza pietà. Si dice – anche se è più leggenda interna che fatto documentato – che persino il barone di Rothschild, dopo averne provato un campione, lo giudicò sgradevole.
Proprio quella delusione, però, dà a Mario la spinta per cambiare tutto. Inizia a studiare con maggiore attenzione le tecniche francesi e decide di adottare pratiche all’epoca radicali, potature corte, selezione severa delle uve, riduzione estrema della resa, che arriva anche a 350 grammi per pianta.
Mario è convinto che il vino si faccia innanzitutto in vigna, e mentre continua a vinificare per sé e per pochi amici, senza alcuna intenzione di commercializzare, inizia a costruire, inconsapevolmente, il futuro del vino italiano.
Il contributo di Carlo Guerrieri Gonzaga

Nel 1962, entra in scena un altro protagonista, Carlo Guerrieri Gonzaga, nipote di Mario e giovane enologo, oggi noto per la tenuta San Leonardo in Trentino. Le sue idee moderne non entusiasmano lo zio, ma si rivelano fondamentali. Propone la fermentazione in tini di legno e convince Mario ad acquistare delle barrique prodotte su misura dalla Italbotti di Conegliano Veneto, modellate sugli esempi francesi. Ma non solo, introduce anche una pressa Willmes a polmoni di caucciù, tecnologia tedesca all’avanguardia, per trattare le uve con maggiore delicatezza. Grazie a queste innovazioni, il vino inizia a cambiare volto.
Nel 1964 si ha la prima vendemmia “vera” del Sassicaia, anche se il nome – già utilizzato in famiglia – verrà impiegato ufficialmente solo nel 1968, anno della prima uscita con etichetta. La stella a otto punte, simbolo della famiglia Incisa, compare già su quella bottiglia storica.
Il Sassicaia 1968 non è un millesimo puro, ma un blend delle annate 1966, 1967, 1968 e, secondo alcune fonti non confermate, anche una minima parte del 1965.
Tachis, gli Antinori e la svolta decisiva

Proprio nel 1968, Mario stringe un accordo commerciale con la famiglia Antinori per la distribuzione del vino. L’intesa prevede anche l’arrivo in cantina di un giovane enologo di grande talento, Giacomo Tachis. Sarà lui, nei decenni successivi, a plasmare l’identità enologica del Sassicaia e a rivoluzionare il panorama vinicolo italiano.
Le sue modifiche sono sostanziali: controllo più rigoroso della vinificazione, utilizzo sistematico delle barrique, e soprattutto una nuova filosofia produttiva orientata alla qualità e alla riconoscibilità internazionale. I contrasti tra Tachis e Mario Incisa non mancano, il marchese resta legato a una visione più artigianale, convinto che il vino debba rimanere un bene di famiglia, non un prodotto da vendere. Eppure, è proprio da quella tensione che nasce l’equilibrio.
Tra il 1969 e il 1974, il Sassicaia viene distribuito con prudenza, saltando anche due annate, e con una certa timidezza da parte della rete vendita Antinori. Ma nel 1974 accade qualcosa che cambia tutto.
La consacrazione

Sul numero 447 della rivista Panorama, datato 14 novembre 1974, Gino Veronelli dedica una pagina intera alla recensione del Sassicaia 1968. Lo definisce un vino straordinario. È la prima voce autorevole a riconoscerne il valore, ed è anche il primo vero atto pubblico di legittimazione.

Ma la consacrazione internazionale arriverà nel 1978, a Londra, durante una degustazione alla cieca organizzata da Decanter. In gara ci sono 32 Cabernet Sauvignon da tutto il mondo, tutti anonimi, rivestiti da stagnola. Il Sassicaia 1972 – annata piovosa e poco felice – sbaraglia la concorrenza, battendo i più grandi Château bordolesi. È una svolta epocale: per la prima volta un vino italiano vince un confronto diretto con l’élite del vino mondiale.
Dal vino da tavola alla DOC esclusiva

Nonostante il successo, il Sassicaia rimane per anni classificato come vino da tavola, perché non rientra in alcuna denominazione esistente. Solo nel 1994, la nuova DOC Bolgheri estende la protezione anche ai vini rossi, e sarà solo nel 2013 che verrà istituita la DOC Bolgheri Sassicaia, unica in Italia riservata a un singolo vino.
Una tutela simbolica e concreta per un’etichetta che ha aperto la strada ai cosiddetti Super Tuscan: grandi rossi toscani prodotti con varietà internazionali, spesso senza Sangiovese, che oggi rappresentano una delle espressioni più apprezzate della viticoltura italiana. Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Syrah, da Bolgheri in poi, nulla sarà più come prima.
Le annate leggendarie e l’eredità

Tra le annate più celebrate, la 1985 è entrata nella storia con i suoi 100 punti da Robert Parker, massimo riconoscimento della rivista Wine Advocate. Trentun anni dopo, nel 2016, un altro trionfo, il Sassicaia ottiene ancora 100 punti, e viene incoronato Wine of the Year da Wine Spectator. (A breve, Discover Wineries dedicherà un articolo speciale proprio alla figura di Robert Parker e al suo impatto sulla critica enologica internazionale).
Dopo la morte di Mario Incisa nel 1983, la guida della tenuta è passata al figlio Nicolò, che ancora oggi dirige Tenuta San Guido. È lui a ricordare con orgoglio: «In famiglia abbiamo avuto Ribot, conosciuto anche da chi non ha mai visto una corsa, e il Sassicaia, apprezzato persino da chi non beve vino».
Un badge sul ghiaccio

Chiudiamo con un aneddoto che racconta meglio di mille parole quanto il Sassicaia sia diventato un mito. Nel gelido inverno del 1981, un gruppo di appassionati canadesi passò la notte davanti a uno store statale per accaparrarsi le poche bottiglie disponibili del Sassicaia ’81.
Il loro badge, diventato leggendario tra i collezionisti, recitava: “I froze my ass for an ’81 Sassicaia”. Un gesto di amore e devozione che sigilla, per sempre, lo status di questo vino unico.